muoversi in forma informati...^.^
venerdì 25 settembre 2009
giovedì 24 settembre 2009
giovedì 17 settembre 2009
venerdì 10 luglio 2009
volevo informarvi che collaboro col sito www.eleutero.it per quanto riguarda la rubrica sport e salute,
un saluto dinamico a tutti :D
lunedì 2 febbraio 2009
SCREENING-DIFESA PERSONALE
Con il termine Screening s’intende l’insieme di strategie volte allo studio istantaneo del profilo psicologico di un aggressore per poter valutare nel minor tempo possibile il grado di pericolosità della situazione e le tecniche d’adottare più efficaci per neutralizzarla. Gran parte della strategia suggerita dalle tecniche di screening sono date dall’esperienza e dalla raccolta e l’analisi statistica delle varie tipologie d’aggressione. Questa branca della scienza applicata alla psicologia suddivide le aggressioni in varie categorie:
-Aggressione da parte di malviventi abituali
-Aggressione da parte di teppisti
-Aggressione conseguenti a liti
-Aggressione da parte di soggetti in stato alterazione mentale
In una situazione di diverbio che può portare ad una reazione violenta, la differenza principale tra una persona esperta di autodifesa professionale (non di combattimento, sono due cose diverse) e una persona "normale", è che quest’ultima cederà immediatamente alla violenza in maniera istintiva, o quasi. Il professionista valuta la violenza come prima opzione, ma la tiene come ultima scelta. Se si esaminano la maggior parte delle liti che si scatenano fra due persone è facile suddividere gli eventi in corso in varie fasi:
-Innesco
-Escalation
-Conclusione
L’innesco è la fase in cui il diverbio muta in una situazione che non permette ai due individui di interrompere l’evento in corso. Segue immediatamente l’escalation, più che altro una questione di conflitti di Ego tra i contendenti. In questa fase il professionista e/o la persona saggia riesce verbalmente a sedare la situazione e a bloccare lo sbocco alla violenza, che è una conclusione più che auspicabile, sempre. Altrimenti l’altra conclusione è ovviamente l’uso della violenza. Chi scatta per primo dei due individui è colui che sente l’impulso di dimostrare che "ha ragione". Deve dimostrare al proprio ego ed a eventuali persone che assistono al litigio che deve "vincere". Di solito il non-professionista cede all’opzione della violenza per uno o più dei seguenti motivi:
Non ha valutato le conseguenze che la reazione violenta può portare (fisiche e/o morali)
-E’ certo che non si ferirà nello scontro
-E’ convinto che è il modo migliore per impartire una "lezione" a qualcuno
-E’ in preda agli effetti di sostanze stupefacenti e/o alterazioni psichiche
In compenso il professionista deve sapere riconoscere sempre per tempo i segnali premonitori di uno scontro e una volta coinvolto deve reagire nella maniera più rapida e definitiva possibile; non tanto per applicare la logica del "vincere" e "dimostrare" qualcosa a qualcuno, ma per limitare al massimo i danni dello scontro. In generale lo screening ci suggerisce che quando siamo in piena escalation l’individuo non professionista prima di scattare all’attacco aumenta il ritmo respiratorio e ha un brivido, un tremito, più o meno ampio su tutto il corpo, oppure limitato a degli arti.
A questa categoria di segnali appartengono le persone che non abituati alla violenza, ma stanno sfogando una grande collera. Telegrafando in maniera così vistosa le loro intenzioni, sono gli individui relativamente più semplici da gestire. Una situazione un po’ più ostica la possono creare coloro che sono abituati all’opzione violenza, anche se non sono dei combattenti professionisti, in quanto hanno imparato il concetto di non "trasmettere" le proprie intenzioni, ma piuttosto, prima di attaccare, tendono ad appiattire le loro emozioni. In ogni caso la reazione chimica della adrenalina nel corpo di chi ha deciso di attaccare è spesso evidente: aumento del respiro, cambiamento di colore repentino del viso, e il già citato tremore corporeo. L’esperto sarà in grado di mascherare in maniera efficace uno o più di questi segnali in modo da sfruttare al massimo la sorpresa.
La reazione di massima efficacia si ha quando, avendo interpretato correttamente il linguaggio del corpo, si riesce ad eseguire una tecnica di anticipo. Il concetto è espresso nelle arti marziali giapponesi con il termine sen-no-sen. Per anticipo si intende una tecnica mirata a bloccare un arto che si carica per sferrare un attacco. Essendo in fase di caricamento il colpo non ha ancora espresso la massima forza, quindi le possibilità di immobilizzazione e di reazione sono molto alte.
Un altro dettaglio da esaminare in questa fase è il fatto che il non-professionista, nel suo attacco (per quanto pericoloso che sia), sicuramente dimentica di proteggere alcune parti del suo corpo. Il corpo umano si può suddividere in quattro settori (alto dx, alto sx, basso dx, basso sx). Avendo solo due braccia possiamo coprire solo due settori alla volta. L’inesperto non si preoccuperà di coprirne nemmeno una in maniera efficace. Ecco che quando scatta l’attacco, probabilmente si è in grado, se non si riesce ad anticiparlo, almeno ad evitarlo e ad eseguire una tecnica percuotente su un settore scoperto.
Queste che seguono sono situazioni di base che hanno origini e moventi diversi e che di conseguenza determinano strategie di reazione differenziate.
Aggressioni da parte di malviventi abituali
Potenzialmente sono le aggressioni più pericolose e che potrebbero necessitare la reazione più decisa. L’individuo in questione fa uso di tre componenti fondamentali per portare a termine il suo scopo: sorpresa, decisione, abilità.
Bisogna sempre considerare la peggiore delle ipotesi tattiche nel caso che si abbia a che fare con aggressori armati (ad es. di coltello), ovvero che siano degli esperti, e che sono abituati a questo tipo di azioni. Valutare sempre se le richieste del malvivente (ad es. una rapina) siano tali da giustificare una reazione. Per esempio non è il caso di rischiare delle lesioni permanenti per pochi contanti. Il più delle volte, in caso di rapina, l’aggressore non cerca e rifiuta lo scontro fisico, anche se bisogna sempre pensare che sia in grado di sostenerlo. Nel caso che l’aggressione sia rivolta ad intaccare la nostra incolumità (ad es. uno stupro) bisogna solo aspettare il momento giusto per la reazione più decisa e definitiva possibile. Darsi sempre alla fuga dopo uno scontro con un malvivente per cercare aiuto.
Aggressione da parte di teppisti
E’ il caso di due o più individui che attaccano una persona per motivi futili, più che altro per dimostrare qualcosa. Minaccia di alta pericolosità. Un approccio verbale potrebbe essere tentato, con le stesse regole applicate alla potenziale lite con sconosciuti, ma appena si valuta che questo non ha effetto allontanarsi immediatamente e/o attirare l’attenzione per aiuto. In caso di mancanza di opzioni reagire con lo scopo di ferire in maniera permanente, in quanto se il gruppo è numeroso, non ci si può permettere di perdere tempo per controllare un assalitore quando gli altri attaccano.
Aggressione conseguente a liti
Si dividono in due categorie: liti tra conoscenti e tra sconosciuti.
Il primo caso difficilmente si presenta. Di solito tra conoscenti (familiari ed amici) le discussioni si possono sedare dimostrando di scendere a compromessi e a dimostrare la propria volontà a non voler far degenerare la situazione. E’ semplicemente una questione di scendere a patti con il proprio orgoglio.
Nel caso di diverbi con sconosciuti la situazione è di maggiore pericolosità. In questo caso, di solito, ci troviamo di fronte ad aggressioni di tipo psichico. Se l’aggredito si sente si sente colpito ed offeso potrebbe reagire non con coerenza. Rispondere a tono, con urla ed offese fa perdere la calma e lo fa passare immediatamente dalla parte del torto, il che giustifica l’eventuale reazione violenta dell’aggressore. Quindi mai cedere a questi comportamenti perché:
a. Non sappiamo con chi abbiamo a che fare
b. Non sappiamo a priori le reali intenzioni dell’interlocutore nei nostri confronti
L’unica via è un dialogo che dimostri la nostra determinazione, ma non la nostra volontà di ricorrere alla violenza. In questi casi non bisogna alzare la voce e non accelerare il ritmo delle parole, entrambi sintomi di debolezza che potrebbero essere sfruttati dallo sconosciuto per innescare una colluttazione. Più passa il tempo e più le possibilità d’innesco dello scontro diminuiscono, se la questione in gioco è irrilevante. Ricordare che in questi casi violenza richiama solo violenza. Occorre possedere una precisa autocoscienza di sé stessi e dei propri diritti e del concetto del rispetto di sé stessi e del prossimo.
Aggressione da parte di soggetti in stato di alterazione mentale
Situazione di estrema pericolosità. L’individuo soggetto all’influenza di sostanze stupefacenti e/o alcool è da considerare estremamente violento e non risponde alle tecniche di dialogo che sono state illustrate precedentemente. Inoltre la sua percezione del dolore è distorta dalle sostanze che ha assunto, quindi normali tecniche di autodifesa rivolte al solo controllo dell’avversario potrebbero non essere efficaci. L’unica cosa che potrebbe andare a vantaggio di chi si difende è la possibile mancanza di coordinazione e di equilibrio dell’aggressore, se ha molto abusato di certe sostanze. Nel caso di persone psicolabili, e quindi con il pieno possesso delle proprie capacità motorie, bisogna sempre valutare la fuga, oppure in mancanza di altre opzioni di una difesa con tutti i mezzi possibili.
Sostanze stupefacenti ed alcool
Al giorno d’oggi, la reperibilità e la società rendono l’uso di sostanze stupefacenti molto più semplice di anni addietro. Per questo motivo, la possibilità di doversi difendere da un aggressore sotto l’uso di sostanze stupefacenti, è aumentata a tal punto da dover essere presa in considerazione come nozione di difesa personale. Gli stupefacenti sono sostanze di natura sintetica o naturale in grado di alterare una o più funzioni dell’organismo umano. Gli stupefacenti possono dare o meno dipendenza fisica, questo fatto è molto importante in quanto una sindrome da astinenza provoca sintomi inversi rispetto agli effetti che induce la droga usata. Questo ci permette di sfruttare la nostra conoscenza per ritorcere la suddetta crisi contro l’aggressore stesso.
Ecco le principali classi di stupefacenti suddivise per azione.
Psico-depressive
(danno dipendenza fisica e psichica)
Alcool etilico
Sedativi (sonniferi e barbiturici maggiori e minori)
Oppiacei(morfina, eroina, codeina)
Narcotici sintetici(metadone, talwin, ecc)
Psico-stimolanti (danno solo dipendenza psichica)
Anfetamine
Cocaina
Psico-alteranti
o Dislettici
o Allucinogeni
(danno dipendenza psichica)
LSD
Mescalina
Psilocibina
Derivati dalla canapa indiana (marijuana o hashish)
Possiamo ora esaminare i vari tipi di Sostanze Stupefacenti per conoscerne gli effetti psichici e caratteristiche fondamentali.
Morfina: provoca sul sistema nervoso centrale, effetti di analgesia, torpore mentale, ottundimento delle sensazioni dolorose, depressione del riflesso della tosse , depressione dei centri respiratori, vomito, vasodilatazione periferica da liberazione d’istamina. Gli effetti psichici sono invece, benessere diffuso, senso di tranquillità ed euforia , vivace flusso delle idee, stato di torpore e di sonnolenza. Se assunta in vena provoca un accentuato effetto flash con perdita di realtà.
Eroina: dopo l’assunzione, che avviene per via endovenosa, intramuscolare o inalatoria, ha un effetto che perdura per 4-6 ore. La sua potenza analgesica è tripla della morfina, provoca quindi stati di euforia, ideazione fluida, la realtà esterna è vissuta con distacco emotivo e attenuazione delle sensazioni dolorose.
E’ quindi da tenere in forte considerazione per quanto riguarda la metodologia di comportamento e di difesa, in quanto una semplice percussione dolorosa non potrebbe dare nessun effetto. Sarà quindi il caso di orientarsi su un comportamento inabilitante alle articolazioni o una percussione tale da provocare una perdita di coscienza.
Cocaina: via d’assunzione nasale o endovenosa. Ha una potente azione stimolante su tutte le strutture cerebro-spinali. A livelli psichico provoca euforia, aumento dell’attività mentale stato di benessere e diminuzione della sensazione di fatica. A dosaggi superiori insorgono anche tremori, convulsioni, stimolazione del centro respiratorio, del centro termoregolatore, e del centro ematico, in alcuni casi anche di allucinazioni. I soggetti in questione saranno quindi riconoscibili per sbalzi di colorito al viso, fiatone e mancanza di equilibrio.
Anfetamine: assunzione per via orale o endovenosa. Provocano aumenti di vigilanza, aumento del morale, riduzione della sensazione di fatica, aumento della capacità di concentrazione e sopportazione di sforzi fisici e mentali prolungati. Per un uso prolungato compaiono cefalee, idee deliranti, allucinazioni, tremori e ansia.
Mariujana e hashish: gli effetti compaiono dopo pochi minuti dall’inalazione dopo una mezz’ora dall’assunzione per via orale. Consistono in senso di benessere fisico, rilassamento, euforia, stato sognante, alterazione del tempo e dello spazio, ideazioni accelerate ed incoerenti, flusso incontrollato di pensieri. Per dosaggi elevati, la fantasia e la realtà si fondono con un’accentuazione dei colori, allucinazioni visive, acustiche, alterazione dello schema corporeo, stati d’angoscia.
LSD: dopo pochi minuti dall’assunzione determina: tachicardia, salivazione, alterazioni della sfera emotiva, stati euforici, allucinazioni, alterazioni corporee come senso di allungamento degli arti, senso di leggerezza o pesantezza del corpo. Lo stato di introspezione indotto dall’uso può far arrivare al suicidio facendo emergere problemi dell’inconscio che appaiono al soggetto di estrema gravità.
Alcool: La sostanza che provoca alterazioni psichiche/motorie più comune è l’alcool. Dì per sé stesso l’alcool è categorizzato come un depressore del sistema nervoso centrale. Questo significa che i suoi effetti sono presenti a livello sia fisico che comportamentale. L’assunzione di alcool provoca sempre un’intossicazione all’organismo, la gravità di questa è determinata dalla concentrazione sanguigna che questo raggiunge. Il livello di tollerabilità dell’alcool dipende dal sesso e dalla massa corporea dell’individuo. Sono stati definite quattro fasi d’intossicazione da alcool:
Alterazione avvertibile del comportamento
Appena l’alcool inizia ad interessare la fisiologia dell’organismo di una persona a livello chimico, questa potrebbe iniziare a perdere le proprie inibizioni. C’è chi reagisce diversamente alle intossicazioni leggere da alcool. Manifestazioni incontrollabili di emozioni, improvvisi cambi d’umore, propensione ad aperture con estranei, comportamento meditabondo, disinteresse, comportamento anti-sociale, comportamento chiassoso, comportamento irritante, immaturità, scadimento del linguaggio, desiderio di attirare l’attenzione.
Comportamento temporaneo dissociato
Come la concentrazione specifica d’alcool cresce nel sangue dell’individuo, più il suo pensiero razionale diminuisce. Chi è bevitore abituale solo in questa fase presenta i sintomi illustrati nella fase precedente. Inoltre si aggiungono i seguenti sintomi: diminuzione dell’allerta, incapacità di fare semplici comparazione tra situazioni, oggetti ecc…ecc…, aumento del desiderio di continuare a bere, perdita memoria a breve termine, ripetizione di concetti appena espressi, affermazioni incoerenti, aggressività, predisposizione alla violenza, comportamento di sfida verbale.
Perdita parziale delle normali funzioni cerebrali
L’alcool induce un’alterazione del peso specifico del liquido contenuto nell’orecchio medio. Questo liquido viene utilizzato dal corpo per determinare in che posizione si trova nelle tre dimensioni. La sua alterazione porta al cervello informazioni sbagliate sulla posizione della testa, gambe, busto ecc… Questa situazione porta alla perdita totale/parziale dell’equilibrio nell’individuo, nonché al manifestarsi di vertigini più o meno violente.
Perdita totale di coordinazione e di controllo muscolare
In questa fase l’alcool inizia ad influenzare in maniera pesante il sistema nervoso centrale e questo punto anche semplici movimenti di coordinazione risultano difficili. Difficoltà ad articolare parole, impossibilità di camminare. Questa è la fase precedente al coma etilico.
E’ da notare che gli effetti dell’alcool si intensificano fino al 25% nell’ora successiva all’ultimo bicchiere bevuto. Quindi una persona può essere nella "fase due" di intossicazione da alcool e smettere di bere ed entro un’ora finire perfettamente nella fase successiva. La fase più pericolosa, a livello di aggressione, è la seconda, dove l’individuo ha ancora relativamente il controllo dal proprio corpo, ma sta perdendo gradualmente le proprie inibizioni. Qui il rischio di violenza è piuttosto alto, specialmente quando il soggetto fa uso di alcool intenzionalmente per liberare la propria carica aggressiva.
I quattro tipi di violenza
Tutti i vari comportamenti violenti che portano ad uno scontro fisico sono stati raccolti in quattro categorie:
Paura
Violenza sprigionata dalla persona che si sente minacciata da una situazione, da un gruppo di persone e/o singolo. E’ di solito una reazione a degli stimoli neurochimici che mandano la persona in panico e cerca con la violenza di togliersi dalla minaccia. Persone in questo stato reagiranno sempre e comunque con la massima violenza. Come affrontare la situazione: La tecnica per maneggiare questa situazione è di mimare il panico della persona in oggetto, convincendola che noi siamo esattamente spaventati come essa, quindi non siamo una minaccia. E’ controproducente atteggiarsi in maniera autoritaria, bisogna semplicemente mettersi allo stesso livello emotivo della persona in panico e calmarla.
Delirio
Violenza di chi non percepisce limiti di alcuna natura (fisica, morale, sociale…). In questa sezione rientrano chi è sotto l’effetto di sostanze stupefacenti e/o alcool. Come affrontare la situazione: La maniera di affrontare questo caso è di dare alla persona degli stimoli che by-passano il loro processo interno di auto-esaltazione. Per riportarlo alla realtà bisogna far focalizzare la sua attenzione su qualsiasi cosa che non sia lui stesso. Voce convinta ed autoritaria e impossibilità di dare opzioni di scelta al soggetto. Spesso basta un approccio verbale per fare desistere i propositi violenti persone ubriache, magari assecondandole il più possibile nei loro ragionamenti.
Capriccio irragionevole
Violenza basata su comportamento irragionevole auto-alimentante (possibile sindrome psicotica di rabbia cronica da manifestare all’esterno). Come affrontare la situazione: Il soggetto in questo caso intenzionalmente vuole provocare la violenza per sfogarsi di qualcosa. E’ la situazione più difficile da maneggiare. Bisogna affrontare la situazione con due azioni contemporanee: togliere "l’innesco emotivo" alla persona (per esempio non dando importanza alle sue richieste) e fargli capire che il suo comportamento/richieste non verranno più tollerate e soddisfatte. Spesso queste persone sembrano a tutti i costi di cercare lo scontro (più che altro verbale), ma difficilmente accettano il rischio dello scontro fisico vero e proprio.
Criminale
Violenza usata a livello coercitivo per ottenere qualcosa da qualcuno (soldi, potere…). Come affrontare la situazione: La risposta può essere incredibilmente semplice. Il criminale vuole qualcosa da noi, di tutto, tranne che una sfida con una persona pronta a combattere per difendersi. Uno scontro fisico, se fatto in pubblico attira troppa attenzione. Il soggetto criminale si basa sul binomio <
lunedì 19 gennaio 2009
TIROIDE E PATOLOGIA
La funzione tiroidea è meglio compresa dall’analisi delle alterazioni che compaiono nelle diverse malattie tiroidee.
Il Gozzo.
Per gozzo si intende un aumento di dimensioni della tiroide di almeno due volte. Esso può comparire nell’ambito di altre malattie tiroidee o da solo. In Sicilia ed in altre regioni dell’Italia il gozzo è frequente per la carenza dello iodio, un componente essenziale della struttura degli ormoni tiroidei. Questa forma di gozzo prende il nome di gozzo endemico e la sua prevenzione può essere attuata tramite l’aggiunta di iodio all’acqua da bere o al sale per gli alimenti. Nella nostra regione, poiché la carenza di iodio è moderata, il gozzo non si associa generalmente ad ipotiroidismo. Quando la carenza iodica è più grave, il gozzo si associa ad ipotiroidismo e determina cretinismo e bassa statura.
Ipotiroidismo.
E’ una condizione patologica caratterizzata da una ridotta funzione tiroidea. Da un punto di vista clinico vanno distinte le forme neonatali e giovanili da quelle dell’adulto. Nel neonato l’ipotiroidismo determina compromissione irreversibile della funzione intellettiva con cretinismo. Nel bambino si ha riduzione dell’accrescimento con nanismo disarmonico. Nell’adulto e nelle altre età compaiono: astenia, sonnolenza e bradipsichismo, intolleranza al freddo, modificazione del timbro della voce, pelle secca, con sfumatura giallastra, mixedema sottocutaneo, stipsi e bradicardia.
Ipertiroidismo.
E’ una condizione patologica caratterizzata da un’esagerata funzione tiroidea. L’ipertiroidismo è una malattia frequente che è generalmente secondaria ad un’alterazione del sistema immunitario con la comparsa di una reazione immunitaria anomala che attiva la funzione tiroidea.
Esso comporta svariati sintomi e segni che sono legati ad un’accelerazione anomala del metabolismo cellulare ed ad un’aumentata produzione di calore.
Tabella.
Sintomi e segni dell’ipertiroidismo.
Sintomi
· Eretismo psicomotorio 99%
· Iperidrosi 90%
· Ipersensibilita` al caldo 90%
· Cardiopalmo 90%
· Astenia 85%
· Dimagrimento 85%
· Iperfagia 75%
· Aumento peristalsi intestinale 25%
Segni
· Tachicardia 99%
· Gozzo 98%
· Tremori 95%
· Alterazioni oculari 70%
· Fibrillazione atriale 10%
domenica 21 dicembre 2008
_IPERTENSIONE ARTERIOSA_stressati ed ipertesi?
Ipertensione e Stress
L' ipertensione è un grave "epidemia" della nostra epoca.Colpisce silenziosamente arrecando danni importanti al nostro organismo. La medicina non ha trovato una causa di questa malattia, ma vari fattori di rischio, alcuni immodificabili, come la razza, la familiarità, l'età, il sesso. Altri modificabili, come l'obesità, la sedentarietà, il consumo eccessivo di sale, di alcool, il fumo, lo stress. È evidente che, se ai fattori immodificabili si aggiungono quelli modificabili, si può giungere più facilmente all'ipertensione, o, se si è già ipertesi, ad un aggravamento della malattia.In questa rubrica inizieremo parlando dello stress. Ogni rapporto che si stabilisce tra l'uomo e l'ambiente esterno suscita in lui una risposta.Quando però lo stimolo esterno supera certi livelli, questa situazione può risultargli sfavorevole. Gli stimoli possono essere i più svariati ed agire immediatamente o in modo protratto nel tempo. Esempi del primo tipo sono: forti emozioni, fame, freddo, traumi, malattie infettive, paure, ricordi d'eventi sfavorevoli. Persistenti sentimenti d'ostilità, competizione nel lavoro, problemi in famiglia, sforzi in cui è impiegato l'ingegno o la memoria nell'elaborazione d'operazioni di pensiero più o meno complesse; attività fisica sproporzionata alle pròprie abitudini o al proprio grado d'allenamento, rientrano invece nella seconda tipologia. Quando si percepisce lo stress, il sistema nervoso simpatico viene stimolato a dare una risposta del tipo "combatti o fuggì", in modo da preparare l'organismo all'azione. Vengono rilasciati ormoni, che accelerano il ritmo cardiaco e quello respiratorio; viene pompata una maggiore quantità di sangue ai muscoli e agli organi per fornire loro energia aggiuntiva.Lo stress mantiene in allerta l'attenzione dei guidatori, aiuta gli studenti ad eccellere e sprona i conncorrenti a vincere.Tuttavia, se prolungato, ha degli effetti dannosi, incluso l'innalzamento della pressione. Il fatto ad esempio che i neri americani ed i bianchi di scarsa cultura abbiano una maggiore incidenza d'ipertensione rispetto alla popolazione generale, è una prova dell'importanza dello stress come causa ambientale dell'ipertensione.Uno studio recente suggerisce che lo stress mentale non pressione, ma può anche provocare un ispessimento delle pareti arteriose, situazione gli attacchi cardiaci e le apoplessie.Alcuni ricercatori hanno sottoposto 901 uomini di età compresa tra i 40 e i 60 anni ad una serie di test studiati per indurre uno stress moderato. Prima della prova, vennero eseguiti suoni delle carotidi dei partecipanti che trasportano il sangue al cervello.Durante il test, i ricercatori misuravano elettronicamente la pressione e la frequenza cardiaca dei partecipanti. Coloro che presentavano i picchi pressori più evidenti in condizione di stress, subivano un maggiore ispessimento delle pareti arteriose, rispetto a coloro che presentavano incrementi minori dei valori pressori. Si pone quindi il pròblema di evitare il più possibile situazioni stressanti.
di Andrea F.Luciani da Città nuova
sabato 20 dicembre 2008
Andando verso Catania....alba chiara e raggiante...
venerdì 19 dicembre 2008
posso allenarmi durante il ciclo mestruale?

Durante il ciclo mestruale non esistono controindicazioni mediche alla pratica di qualunque sport, se non quelle dettate dal buon senso, occorre sfatare l’immagine della donna indebolita dalle mestruazioni, spesso le limitazioni sono dettate da freni psicologici. Il problema esiste solo in caso di forti dolori (dismenorrea) o di eccessive perdite ematiche (menorragia). La produzione di endorfine, indotta dall’attività muscolare, può essere di grande aiuto per contenere il dolore durante il primo giorno di mestruazioni, a tal proposito, consigliamo, per chi è abituato ad allenarsi, un lavoro più blando del solito e, per chi non si allena regolarmente, una passeggiata, anche in bicicletta, o esercizi di stretching e respiratori o anche una nuotata a basso ritmo in piscina. Per poter praticare tranquillamente un’attività sportiva, in questi giorni è necessario l’utilizzo di un assorbente interno, ma molte donne hanno ancora delle remore al riguardo, cosa che, per un’atleta, può rivelarsi un grosso limite. Le mestruazioni abbondanti creano sicuramente più problemi a chi pratica discipline di durata, dove una carenza di ferro o un abbassamento dei valori dell’emoglobina incidono in modo negativo sulla prestazione. In base ai dati statistici, si può affermare che le atlete più giovani, che ancora non hanno avuto figli e che praticano attività di lunga durata, sono molto più frequentemente soggette a fastidi di irregolarità nel ciclo. Le mestruazioni possono essere disturbate da: carichi di lavoro eccessivi con notevole stress fisico, calo improvviso del peso corporeo, forte stress mentale e psicologico. Il rapporto mestruazioni/performance è molto personale, ci sono sportive che hanno fatto il loro record di sempre nel primo giorno di mestruazioni, altre che in situazioni analoghe bucano sempre la gara ed altre che utilizzano la pillola per regolare e programmare il ciclo in funzione delle gare più importanti.
Nella programmazione degli allenamenti, può risultare utile, ad una donna, organizzare gli esercizi in relazione alle varie fasi del ciclo ovarico, che, per esempio, in considerazione dei tempi di rilascio ormonale, determina periodi in cui può essere vantaggioso un certo tipo di lavoro e situazioni in cui lo è un altro. Il ciclo ovarico, che viene indotto dagli ormoni dell’asse ipotalamo (zona del cervello che controlla diverse attività, fra cui quelle sessuali) - ipofisi (ghiandola endocrina, cioè a secrezione interna, che controlla l’attività di tutte le altre ghiandole endocrine), ha una durata media di 28 giorni.
Per un meccanismo di effetto di ritorno, è, a sua volta, l’attività endocrina delle ovaie stesse che influenza quelle dell’ipotalamo e dell’ipofisi. Possiamo distinguere, all’interno del ciclo ovarico, 5 fasi:
-fase mestruale, caratterizzata dalla presenza di estrogeni (ormoni che agiscono sullo sviluppo dei caratteri femminili e sul ciclo mestruale) e progesterone (ormone che ha la funzione di mantenere intatta la mucosa uterina durante la gravidanza e che favorisce, inoltre, l’impianto dell’ovulo;
-fase post-mestruale, in cui è presente l’ormone FSH (o ormone follicostimolante, è prodotto dall’ipofisi anteriore, nella donna ha la funzione di stimolare la crescita dei follicoli ovarici e di indurre la produzione di estrogeni con ciclicità mensile);
-fase ovulatoria, contraddistinta dagli ormoni FSH e LH (o ormone luteinizzante, nella donna regola l’attività delle ovaie sia dal punto di vista ormonale, sia per quanto riguarda la funzionalità degli ovociti);
-fase post-ovulatoria, con gli ormoni LH e progesterone;
-fase pre-mestruale, in cui, insieme all’ormone LH, vi è una notevole presenza di estrogeni e progesterone.
L’andamento ormonale del ciclo condiziona, nella donna, le capacità di prestazione, rendendo utile una pianificazione degli allenamenti in considerazione delle diverse situazioni ormonali.
Nella fase mestruale è consigliabile un lavoro leggero, in quanto l’abbondante eliminazione di sangue e quindi di ferro induce ad una condizione di anemia.
Nella fase post-mestruale, la presenza di FSH porta ad aumenti di attenzione, di concentrazione, di coordinazione e soprattutto di forza, è preferibile, quindi, un allenamento che sfrutti questa al massimo questa circostanza.
Nella fase ovulatoria è, invece, vantaggioso lavorare al miglioramento delle capacità aerobiche, in quanto ci si trova in una situazione in cui vi è la massima capacità del sangue a saturare l’emoglobina, fondamentale per il trasporto dell’ossigeno.
La fase post-ovulatoria, come quella post-mestruale, è caratterizzata da eccellenti condizioni di forza, ma anche psicologiche e mentali.
La condizione nella fase pre-mestruale è simile a quella mestruale, per cui è meglio non spingere al massimo, ma curare particolarmente l’elasticità muscolare e la mobilità articolare.
Alla luce di queste considerazioni risulta senza senso, per esempio, programmare una settimana di scarico in coincidenza con le fasi post-ovulatoria e post-mestruale o allenare la forza durante la fase mestruale; una attenta pianificazione atletica non può non tenere conto degli effetti ormonali e psicologici correlati alle varie fasi del ciclo ovario della donna.
praticamente stretching

Stretching
Cos’è lo stretching?Sicuramente avete sentito parlare molte volte di Stretching, ma cos'è esattamente e perchè è importantissimo per il nostro benessere? Il termine deriva dall’inglese “to stretch” (allungare, stendere) e indica tutti quei gesti naturali di allungamento e autostiramento che è importante compiere per prepararci all'attività fisica e cocluderla nel migliore dei modi.Quando può e deve essere eseguito lo stretching?Si distinguono 3 impieghi fondamentali dello stretching: lo stretching praticato come forma di riscaldamento che deve essere svolto in modo leggero e senza forzature; lo stretching eseguito nella fase di defaticamento ed utilizzato per facilitare l’assorbimento delle tossine indotte dallo sforzo limitando i fastidiosi dolori muscolari del giorno dopo, e lo stretching inteso come attività fisica autonoma.Quali sono i benefici dello stretching?Oltre ad ottenere un notevole incremento di elasticità di muscoli e tendini, aiuta a prevenire traumi e lesioni, a stimolare la lubrificazione articolare, a migliorare il sistema respiratorio e la circolzione. Rilevanti anche gli effetti positivi sul sistema nervoso, tra cui l’attenuazione dello stress e lo sviluppo della percezione del proprio corpo.E’ necessario eseguire un riscaldamento prima dello stretching?Si, é sempre opportuno preparare i muscoli all’attività fisica per evitare traumi e dolori. E’ sufficiente un riscaldamento generale, ad esempio qualche minuto di corsa a media andatura.Quali sono gli accorgimenti per effettuare correttamente lo stretching?Ricordarsi di mantenere ogni posizione per almeno10 secondi, di muoversi con naturalezza assecondando il proprio corpo e di scegliere sempre gli esercizi in base alle proprie capacità, senza esagerare.Quali sono gli errori più comuni nel raggiungimento delle posizioni di stretching? Raggiungere la posizione troppo velocemente o percependo dolore, trattenere il respiro durante l’esercizio, molleggiarsi, uscire dalla posizione di scatto.A che età si può iniziare a praticare lo stretching? A qualunque età. Infatti già intorno ai 10/11 anni i cambiamenti fisici tendono a ridurre la mobilità degli apparati muscolari e tendinei. Lo steetching é consigliato soprattutto a chi fa agonismo o anche ad altri?Lo stretching è adatto a tutti: aiuta chi fa agonismo a migliorare le prestazioni e a ridurre il rischio di infortuni, mentre chi non pratica altri sport riesce a combattere gli effetti dell'inattività.Chi invece non può praticare lo stretching? Lo stretching è decisamente sconsigliato a chi presenta lesioni a muscoli, tendini, legamenti e articolazioni. Il suo utilizzo nelle terapie riabilitative infatti avviene sotto stretto controllo da parte di personale specializzato. Qual è la frequenza di allenamento ideale?L’ideale sarebbe eseguire gli esercizi di stretching almeno 3 volte la settimana; praticarlo una volta ogni tanto infatti non porta alcun beneficio al nostro corpo.
ATTENDERE IN FORMA °_° SPORT E GRAVIDANZA
Sport e gravidanza
E’ possibile fare attività fisica durante la gravidanza?
Questa è la domanda che molte di voi future mamme si pongono,ed è per questo che abbiamo voluto dedicare a tutte le donne in dolce attesa alcune informazioni e consigli su questo tema, che potranno esservi utili in questo momento cosi meraviglioso e delicato.Come prima cosa ci teniamo a precisare che la gravidanza rappresenta uno stato fisiologico normale, ovviamente "particolare" ma non deve essere vissuto come una condizione patologica! Regola fondamentale durante questi nove mesi è l’uso del buon senso, in ogni cosa e così per lo sport. Una donna abituata a fare sport può serenamente continuare a farlo, a meno che non vi siano condizioni particolari indicate dal ginecologo (sofferenza del feto, condizioni che impongono riposo…) ovviamente limitando gli sforzi ed evitando tutte le attività che potrebbero essere rischiose per voi e per il vostro bambino. Chi invece ha sempre condotto una vita sedentaria non dovrebbe intraprendere da zero qualsiasi attività sportiva.Gli studi fin ora fatti a tal proposito, dicono che non vi sono dati che indichino se l’attività fisica rappresenti un vantaggio o una controindicazione relativamente allo sviluppo del feto e successivamente al travaglio e al parto. Quello che c’è di certo invece è che un’attività fisica, svolta in maniera corretta, aiuta a controllare il naturale aumento della massa corporea, mantiene una buona funzionalità cardiovascolare e dona una piacevole sensazione di benessere. Perciò anche se gli studi non lo dimostrano direttamente, è ovvio che se le dirette interessate si sentono in forma, sia fisicamente che mentalmente, il feto non potrà che trarne benefici!Quali sono le attività indicate?Come è ovvio sono fortemente sconsigliate tutte quelle attività che presentano rischi di infortuni, traumi e cadute che potrebbero avere gravi ripercussioni sul vostro piccolo. Consigliate invece attività di tipo aerobico di livello medio leggero. Questo almeno fino al quarto mese di gestazione. Per i mesi successivi, dato il maggior aumento della massa corporea e la conseguente mobilità limitata, lo sport più indicato è il nuoto. Anche se dopo i 4 mesi è consigliabile diminuire tutti gli sforzi fisici, potete comunque farvi una nuotata in tutta tranquillità. Infatti il nuoto, a differenza di tutti gli sport “antigravitazionali” (corsa, marcia…) svolgendosi in acqua è di tipo antigravitazionale e di conseguenza l’aumento della massa corporea non rappresenta assolutamente un problema.Una buona soluzione è seguire un corso di ginnastica specifico, che le future mamme possono cominciare a frequentare già dal quarto mese di gravidanza, sotto la guida di insegnanti specializzate.Questi corsi alleneranno il corpo a una migliore resistenza, al controllo del portamento e alle tecniche della respirazione (toracica e addominale) e del rilassamento, molto importanti durante il parto.Come svolgere l’attività fisica?Fate un prolungato riscaldamento e un defaticamento progressivo. Lo sforzo non deve mai essere eccessivo. Svolgete l’attività lentamente, intervallandola con momenti di riposo. Non dovete sentirvi spossate quando avete finito! Il vostro fisico, (anche se momentaneamente), non ha le stesse capacità di prima. Uno sforzo moderato non diminuirà l’afflusso di sangue all’utero, e come detto potrà regalarvi una piacevole sensazione di benessere. Quindi mai esagerare e appena vi sentite stanche fermatevi e magari concedetevi ad attività meno faticose come la lettura di un buon libro.
La ginnastica è utilissima anche dopo il parto; alcuni muscoli, soprattutto quelli addominali, andranno allenati in modo accurato, poiché hanno particolare bisogno di essere tonificati.
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mercoledì 17 dicembre 2008
CHE SIGNIFICA AVERE LESIONI MUSCOLARI?

Lesioni muscolari: prevenzione e rieducazione nello sportivo
24/08/08 292 letture SHARETHIS.addEntry
In ambito sportivo le lesioni muscolari acute sono di frequente riscontro in tutte le discipline sportive e la loro incidenza viene calcolata tra il 10 ed il 30% di tutti i traumi da sport.Non è compito facile pervenire ad una classificazione univoca delle lesioni muscolari, poiché diversi sono i criteri che possono essere presi in considerazione.È tuttavia opportuno precisare che non saranno prese in considerazione le lesioni muscolari conseguenti a ferite da taglio, punta, punta e taglio, fendente o arma da fuoco, anche se molto importanti per il medico legale. Parimenti, non verranno descritte le avulsioni, né le ernie muscolari e neppure le patologie tendinee, ma mi limiterò a trattare esclusivamente le contusioni muscolari e le altre lesioni muscolari che sono di più frequente riscontro nella pratica sportiva.
INTRODUZIONE

Nella pratica sportiva, il muscolo deve possedere qualità di forza, resistenza, prontezza, velocità ed estensibilità acquisite con un allenamento specifico spesso lungo e intensivo. Queste diverse caratteristiche sono basate su tre sistemi strettamente legati.
La struttura biomeccanica del muscolo (fig.1) (fibre di actina di miosina e aponeurosi di rivestimento) conferisce proprietà visco-elastiche e contrattili.
L’attività metabolica e i differenti tipi di fibre (tipo I, IIa e IIb) condizionano la potenza, la durata e l’inerzia dell’attività muscolare.
Il sistema neuromuscolare permette di regolare le attività volontarie, automatiche o riflesse intervenendo nel controllo posturale e gestuale proprio di ogni sport.
L’eccellente coordinazione e funzionamento di questi tre sistemi condizionano l’attitudine sportiva ed il livello di prestazione. Se, per incidente o cattiva utilizzazione, uno di questi meccanismi è leso, tutto l’edificio fisiologico crolla, comportando la sospensione dell’attività sportiva per un periodo indeterminato con ripercussioni molto negative per un buon allenamento.
CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI MUSCOLARI (1)
Un primo elemento da considerare nelle classificazioni è rappresentato dalla natura diretta o indiretta del trauma (Craig, 1973).
In tal senso si possono distinguere (Tabella 1):
• Lesioni muscolari da trauma diretto, che secondo l’interpretazione classica, implicano l’esistenza di una forza agente direttamente dall’esterno.
• Lesioni muscolari da trauma indiretto, che presuppongono l’azione di meccanismi più complessi, e chiamano in causa forze lesive intrinseche, che si sviluppano nell’ambito del muscolo stesso o dell’apparato locomotore.
Riguardo la diversa localizzazione delle lesioni muscolari, che sono definite dirette ed indirette, si deve precisare che, pur nella varietà delle sedi muscolari interessate, l’azione contusiva si esplica, di fatto, preferibilmente sulle masse carnose dei muscoli. Per contro, nelle modalità traumatiche indirette, la via lesiva si estrinseca più spesso in prossimità della giunzione muscolo-tendinea, pur essendo possibili anche localizzazioni a livello del ventre muscolare. In ogni caso, la conseguenza anatomo-patologica dei traumi muscolari, tranne che per la contrattura e lo stiramento, è rappresentata sempre da un danno anatomico della fibra muscolare, con frequente coinvolgimento della parte connettivale ed eventualmente tendinea e delle strutture vascolari. La diversità delle espressioni anatomo-patologiche e cliniche è data, quindi, dall’entità del danno strutturale prodotto dal trauma.
Lesioni da trauma diretto (contusione)
- grado lieve
- grado moderato
- grado severo
Lesioni da trauma indiretto
- contrattura
- stiramento
- strappo
- strappo di primo grado
- strappo di secondo grado
- strappo di terzo grado (rottura parziale o totale)
Tabella 1. Classificazione delle lesioni muscolari.
1. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA DIRETTO
Le lesioni muscolari da trauma diretto sono di natura contusiva. Spesso queste lesioni sono considerate come condizioni patologiche di secondaria importanza, destinate a guarire in tempi brevi, senza lasciare reliquati.
Tuttavia dal punto di vista anatomo-patologico, la rottura muscolare prodotta da tali traumi non differisce sostanzialmente da una lesione muscolare dovuta ad altro meccanismo. Poiché, dal punto di vista funzionale, lo stato di contrazione muscolare conseguente al trauma provoca una limitazione dell’escursione articolare, dovuta ad una ridotta estensibilità muscolare, in accordo con Reid (1992).
La classificazione delle lesioni muscolari da trauma diretto, si può dividerle in tre gradi, secondo la gravità, indirettamente indicata dall’arco di movimento effettuabile:
1. lesione muscolare di grado lieve: è consentita oltre la metà dello spettro di movimento;
2. lesione muscolare di grado moderato: è concessa meno della metà, ma più di 1/3 dello spettro di movimento;
3. lesione muscolare di grado severo: è permesso uno spettro di movimento inferiore ad 1/3.
2. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA INDIRETTO
Vi è una certa confusione nella classificazione delle lesioni muscolari da trauma indiretto, soprattutto a causa dei diversi termini utilizzati dai vari autori anche come sinonimi. Si parla, infatti, di: contrattura, elongazione, stiramento, distrazione, strappo, rottura, lacerazione. Tali termini si riferiscono, in ogni caso a gradi diversi di gravità, identificabili dalle diverse manifestazioni anatomo-patologiche e cliniche della lesione. Qui di seguito sono illustrate per sommi capi due delle classificazioni più significative, che servono come spunto per proporre una classificazione che presenti una sua immediata facilità di comprensione ed applicabilità pratica. La suddivisione in tre livelli di gravità delle lesioni muscolari è proposta dall’American Medical Association (Craig, 1973), secondo la quale una lesione di primo grado è dovuta allo stiramento dell’unità muscolo-tendinea che provoca la rottura di solo alcune fibre muscolari o tendinee; la lesione di secondo grado è più severa della precedente, ma non vi è interruzione completa dell’unità muscolo-tendinea; infine la lesione di terzo grado si configura come una rottura completa dell’unità muscolo-tendinea. Reid (1992) suddivide le lesioni muscolari in tre tipi come illustrato nella Tabella 2.
1. lesione muscolare da esercizio fisico (dolore muscolare ritardato)
2. strappo, di cui riconosce tre gradi (I,II,III):
I^ grado (lieve):
- danno strutturale minimo;
- piccola emorragia;
- guarigione in tempi brevi.
II^ grado (moderato):
- entità del danno variabile;
- rottura parziale;
- significativa perdita funzionale precoce.
III^ grado (severo):
- rottura completa;
- occorre aspirare l’ematoma;
- può essere necessario l’intervento chirurgico
3. contusione (lieve - moderata - severa)
Tabella 2. Classificazione delle lesioni muscolari, secondo Reid, 1992.
Muller-Wolfart (1992), distingue diversi gradi di lesione, a seconda dell’unità strutturale interessata: 1) stiramento muscolare
2) strappo delle fibra muscolare
3) strappo del fascio muscolare
4) strappo muscolare.
Secondo questo Autore, la differenza fra stiramento e strappo sarebbe di tipo qualitativo e non quantitativo; in pratica, nello stiramento non c’è mai rottura, anche se piccola, di fibre muscolari. Come si può notare, nelle proposte di classificazione che sono citate a puro titolo esemplificativo, gli elementi differenziali sono costituiti da alterazioni anatomo-patologiche ben definite. Le terminologie utilizzate hanno per lo più significati analoghi, e in tutte le classificazioni, vengono definiti gradi crescenti di gravità delle lesioni. A questo punto si propone una classificazione che ha la pretesa di essere chiara, pratica e semplice, e che al tempo stesso, tenga conto dei vari contributi presenti in letteratura. La classificazione perciò proposta distingue i traumi muscolari che originano da un meccanismo indiretto, in cinque livelli di gravità che vengono definiti:
1) contrattura
2) stiramento
3) strappo di primo, secondo e terzo grado.
I criteri adottati per distinguere i cinque livelli di gravità sono contemporaneamente di ordine anamnestico, sintomatologico ed anatomo-patologico.
1. Contrattura.
Si manifesta con dolore muscolare che insorge quasi sempre a distanza dall’attività sportiva, con una latenza variabile (dopo qualche ora o il giorno dopo), mal localizzato, dovuto ad un’alterazione diffusa del tono muscolare (criteri anamnestico e sintomatologico), imputabile ad uno stato di affaticamento del muscolo, in assenza di lesioni anatomiche evidenziabili macroscopicamente o al microscopio ottico (criterio anatomo patologico).
2. Stiramento.
È sempre conseguenza di un episodio doloroso acuto, insorto durante l’attività sportiva, il più delle volte ben localizzato, per cui il soggetto e costretto ad interrompere l’attività, pur non comportando necessariamente un’impotenza funzionale immediata, e del quale conserva un preciso ricordo anamnestico (criteri anamnestico e sintomatologico). Poiché dal punto di vista anatomo-patologico non sono presenti lacerazioni macroscopiche delle fibre, il disturbo può essere attribuito ad un’alterazione funzionale delle miofibrille, ad un’alterazione della conduzione neuro-muscolare oppure a lesioni sub microscopiche a livello del sarcomero. La conseguenza sul piano clinico è rappresentata dall’ipertono del muscolo, accompagnato da dolore.
3. Strappo.
Si manifesta con dolore acuto, violento che compare durante l’attività sportiva (criteri anamnestico
e sintomatologico comuni a tutti gli strappi), attribuibile alla lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari. Lo strappo muscolare è sempre accompagnato da uno stravaso ematico (criterio anatomo-patologico comune), più o meno evidente a seconda dell’entità e della localizzazione della lesione e dall’integrità o meno delle fasce. La distinzione in gradi viene riferita alla quantità di tessuto muscolare lacerato (criterio anatomo-patologico) e comprende:
• strappo di I grado: lacerazione di poche miofibrille all’interno di un fascio muscolare, ma non dell’intero fascio;
• strappo di Il grado: lacerazione di uno o più fasci muscolari, che coinvolge meno dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto;
• strappo di III grado: rottura muscolare, che coinvolge più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto e che può essere distinta in parziale (lacerazione imponente, ma incompleta della sezione del muscolo) o totale (lacerazione dell’intero ventre muscolare).
È importante sottolineare che, sul piano clinico, il confine tra stiramento e strappo muscolare di I grado è molto sfumato, specialmente in fase precoce, quando un eventuale stravaso ematico può non risultare ancora evidente. In tal caso, come si vedrà in seguito, la diagnosi deve fondarsi, oltre che sulle caratteristiche cliniche della lesione anche sulle risultanze dell’indagine ecografica, eseguita dopo 48-72 ore dal momento del trauma. È altresì importante sottolineare che la distinzione in tre gradi di gravità degli strappi muscolari non può essere che arbitraria, data la difficoltà pratica di quantizzare l’entità della lesione. Per semplicità vengono utilizzati solo tre gradi di gravità, ed il criterio adottato in questa circostanza, può essere definito come anatomo-patologico-funzionale.
Infatti, l’entità dello strappo di primo grado può essere facilmente apprezzata mediante l’ecografia, così come la rottura muscolare completa risulta facilmente identificabile. I problemi sorgono quando è necessario stabilire la gravità di una lesione “intermedia” che coinvolge più di un solo fascio muscolare, ma meno dell’intero muscolo. In questo caso si adotta un criterio definito anatomo-patologico-funzionale, che identifica lo strappo di secondo grado, come una lesione che coinvolge più di un solo fascio muscolare ma meno dei 3/4 dell’intera superficie di sezione anatomica del muscolo. Ciò significa che, nonostante la lesione, una buona parte del muscolo è ancora integra, il deficit funzionale è presente, ma non assoluto, ed il processo di guarigione può avvenire nell’ambito di un tessuto la cui funzionalità non è completamente compromessa. D’altra parte, quando il danno anatomico coinvolge approssimativamente più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo, la lesione è sicuramente imponente, il deficit funzionale è praticamente assoluto ed il processo di guarigione si deve instaurare nell’ambito di un tessuto la cui funzionalità è da considerarsi completamente compromessa. È interessante notare a questo proposito che è stato dimostrato che quando la lesione muscolare si estende per più del 50% della superficie di sezione anatomica, la riparazione avviene in non meno di 5 settimane (Pomeranz, 1993). È chiaro che l’entità della lesione, cioè la distinzione tra strappo di primo, secondo o terzo grado, può essere stabilita con buona approssimazione, solo grazie all’indagine ecografica.
Trattamento terapeutico e la rieducazione funzionale dell’atleta infortunato (3)
Gli AA. riferiscono sull’indirizzo terapeutico che seguono in caso di lesioni traumatiche in atleti. Sulla base della loro esperienza essi ritengono che per ottenere i migliori risultati, il trattamento deve seguire i tempi di guarigione fissati dal processo di riparazione e che soprattutto questo deve essere rispettato in tutte le fasi del trattamento.
Il trattamento fisiochinesiterapico dell’atleta infortunato ha come scopo di:1) limitare le conseguenze dell’azione lesiva sui tessuti interessati dal trauma
2) prevenire i danni futuri,3) restituire il più rapidamente possibile l’atleta alle competizioni nel rispetto dei tempi di guarigione biologica.Questi tre punti sono strettamente legati tra di loro e dipendenti dal trattamento attuato nella fase iniziale (24-48 ore).
Fase inizialeL’azione lesiva del trauma sui tessuti provoca edema, ematoma, fenomeni di vasodilatazione a livello capillare trombosi e costrizione arteriolare oltre, naturalmente, discontinuazioni del tessuto maggiormente interessato sia esso muscolo, tendine, legamento, tessuto fasciale od altro. Il trattamento quindi nella fase iniziale (prime 24-48 ore) si pone l’obiettivo di controllare l’entità delle manifestazioni in modo da limitare e circoscrivere il danno tessutale. E’ noto, infatti, che le manifestazioni che abbiamo poc’anzi descritto, specialmente i fenomeni d’edema e i processi riguardanti l’evoluzione ed il riassorbimento dell’ematoma causano se non trattati, la comparsa di fibrosi post-traumatica che dal punto di vista della funzionalità, è estremamente limitante.Il primo sintomo, il dolore, dev’essere combattuto in quanto superata la fase finalistica di campanello d’allarme, è di per sé fonte di patologia perchè mantiene e sostiene le alterazioni vascolari locali e lo stato di contrattura muscolare o di atteggiamento antalgico che spesso pregiudicano il processo di guarigione. Sul dolore si deve agire immediatamente diremmo quasi contemporaneamente al trauma con:a) infiltrazioni locali anestetiche (procaina, marcaina o simili)b) crioterapia (ghiaccio, compresse fredde, anestetici di superficie)c) postura correttad) elettro-terapia antalgica (badando o non provocare contrazioni muscolari); ionoforesi con sostanze analgesiche, antiflogistiche, antiaggreganti e fibrinolitiche.Il trattamento sul dolore deve influire anche sulla contrattura muscolare e quando tale fenomeno è particolarmente marcato si utilizzano le tecniche cinesiterapiche di rilasciamento.In questa fase iniziale, nell’impostare il trattamento occorre tener presente che non sempre l’entità del dolore è sintomo di gravità della lesione.
Fase riparativaIn linea di massima, superate le prime 24-48 ore dal trauma, si può stabilire esattamente l’entità della lesione e quindi programmare la fase di recupero durante il processo di riparazione.Questo può essere così sintetizzato: fra la 48a e la 72a ora la fibrina viene organizzata in modo da preparare le gittate vascolari, l’organizzazione e l’evoluzione dei blasti pluripotenti responsabili della neoformazione connettivale. Il trattamento dovrà tener conto dei seguenti fenomeni: l’edema e l’ematoma nelle prime 24-48 ore evolvono in modo da favorire l’organizzazione dei fibroblasti dal 3° giorno e questi portano alla neoformazione connettivale che avviene tra il 7° e il 15° giorno. Questi processi devono essere tenuti in considerazione nel programmare il trattamento perché condizionano la cicatrice a seconda degli stimoli che subiscono. Il tessuto di neoformazione, infatti, ricco di collageno è particolarmente sensibile alle sollecitazioni meccaniche che in questa fase possono modellarlo a seconda delle caratteristiche richieste dalla funzione. Sollecitazioni in trazione permettono un incremento dell’elasticità fino ad un massimo del 20% mentre un carico di 10-12 Kg per mm2 portano alla rottura delle fibre collagene. In questa fase quindi il trattamento fisiocinesiterapico deve rispettare il processo di cicatrizzazione, intervenendo esclusivamente per orientarlo secondo le caratteristiche delle strutture colpite. Dovremmo perciò cercare di ottenere una cicatrice elastica nel muscolo e invece solida nella struttura di trasmissione (tendini e apparato mioentesico) o di stabilizzazione (legamenti, capsula, fascie).Il trattamento quindi dovrà essere programmato secondo, i seguenti criteri.a) Nel muscolo esercizi graduali di allungamento prima passivi e poi attivib) Prevenzione delle aderenze che si ottiene mediante trattamenti fisioterapici:1) Ionoforesi che svolge un ruolo molto importante per la somministrazione di coktails anti
infiammatori, analgesici, con isoorientanti e fibrinolitici (5-15 mA per 15′-30′)
2) Ultrasuonoterapia che facilita la rimozione dei cataboliti (1′ 5-3 Watt/Cm2 per 10- 15 m’)3) Onde elettromagnetiche che migliorano la vascolarizzazione4) Onde elettromagnetiche atermiche pulsanti: è un trattamento ancora sub-judice, anche se le
prime impressioni sono positive, che integra le altre terapie e che ha come effetto il
miglioramento del microcircolo locale e di conseguenza del metabolismo del tessuto
traumatizzato.5) Idromassaggio e massoterapia dapprima distanti dal focolaio e successivamente, a seconda
dell’evoluzione, anche nella cicatrice comunque non prima del 10°-15° giorno.Questo trattamento va impostato dalla 48a ora al 15°-30° giorno a seconda dell’entità della lesione e della struttura lesa. E’ ovvio che i segmenti non interessati strettamente dalla lesione debbono continuare ad essere sollecitati secondo i moderni concetti del riposo attivo.
Il recupero funzionaleA cicatrice formata ed a stabilità articolare acquisita inizio il recupero specifico che si propone di ricostruire il trofismo muscolare, lo schema motorio e la forza muscolare. Per il trofismo questa fase si avvale degli esercizi di isometrica senza carichi ed in isotonia (concentrica ed eccentrica) con resistenze variabili da 2 a 5 kg. Naturalmente occorre considerare, trattandosi di atleti, che le condizioni di partenza di trofismo muscolare sono notevoli e quindi il lavoro di recupero dev’essere più intenso con numero di contrazioni elevatissimi (1000-2000 al di). Le sedute devono essere suddivise nella giornata per evitare un eccesso di fatica ai muscoli sollecitati e quindi la conseguente impossibilità a svolgere gli esercizi successivi.Per il recupero della forza, che si ottiene attraverso il carico in isometrica (6 secondi di contrattura massimale seguiti da 9 secondi di rilasciamento per 10 volte consecutive per 8- 10 sedute al giorno) si collaborerà strettamente col tecnico in modo da pianificare la preparazione all’agonismo, (secondi MulIer l’incremento della forza dovrebbe essere del 12% alla settimana fino al 75% della forza limite).Oltre al trofismo e alla forza muscolare è necessario che l’atleta recuperi lo schema motorio, in pratica l’esecuzione di massima coordinazione del gesto sportivo. Per questo fine sono indicati esercizi di recupero articolare assistiti (attivi e passivi) da svolgere contemporaneamente agli esercizi per il trofismo muscolare. A recupero articolare avvenuto e completo si utilizzeranno le tecniche di facilitazione propriocettiva che consistono nella stimolazione dei recettori periferici a varia localizzazione (fusi neuro-muscolari, corpuscoli tendinei e recettori articolari) provocando una facilitazione dei circuiti sinaptici da cui deriva una migliore capacità di reclutamento delle unità motorie. Le varie possibilità di contrazione utilizzate in terapia devono rispettare le condizioni di funzionamento del muscolo nella prestazione atletica in modo che il recupero del gesto sportivo sia il più rapido possibile. Questi indirizzi di trattamento permettono il recupero dell’atleta in tempi brevi, con minimo rischio, mentre l’osservazione dell’atleta sul campo permette di giudicare l’avvenuta guarigione e concedere il ritorno all’agonismo.
A questo punto dopo aver sviluppato sia la patologia che il trattamento riabilitativo delle lesioni muscolari, ho voluto approfondire la parte dell’allenamento eccentrico e della prevenzione dei danni muscolari.
ALLENAMENTO ECCENTRICO E PREVENZIONE DEI DANNI MUSCOLARI (4)
L’evento lesivo a livello muscolare, costituisce uno degli insulti traumatici più ricorrenti in ambito sportivo. L’entità della lesione può andare dal semplice stiramento, spesso associato a rottura dei piccoli vasi, con comparsa di dolore e tumefazione, sino allo strappo muscolare completo. Le conseguenze per lo sportivo, che appaiono ovviamente correlate all’entità della lesione subita, sono sempre comunque sgradevoli e comportano sempre una sospensione, più o meno lunga, dell’attività agonistica e l’attuazione di un’idonea terapia fisica.
Ma le lesioni muscolari possono essere correlate ad un particolare tipo di attivazione muscolare? Ed inoltre si possono mettere in atto delle strategie, per cosi dire “preventive” a riguardo?In questo articolo cercheremo di rispondere, anche se non ovviamente in modo esaustivo, data la complessità del problema, a queste domande, cercando, oltre che di fare chiarezza sugli eventi fisiologici che normalmente caratterizzano l’evento traumatico, di fornire alcune indicazioni di ordine pratico per cercare di mettere in atto un condizionamento muscolare il più idoneo possibile alla prevenzione, entro ovviamente certi limiti, di questo tipo di traumi.
Il danno strutturale della fibra muscolare può essere causato, sia da una singola contrazione muscolare, come dall’effetto cumulativo di una serie di contrazioni. In ogni caso, il meccanismo maggiormente correlato al possibile danneggiamento della fibra muscolare risulterebbe essere la contrazione di tipo eccentrico.
Contrazione eccentrica
La contrazione di tipo eccentrico è un particolare tipo di attivazione muscolare durante la quale il muscolo produce forza, anziché accorciandosi come durante il lavoro concentrico, allungandosi.Per spiegare in termini pratici questo concetto di meccanica muscolare, immaginiamo di tenere in mano con il braccio piegato a 90°, un manubrio il cui peso sia maggiore rispetto alla massima forza esprimibile dal bicipite, poniamo 60 kg. In questo caso, nonostante ogni sforzo, non può certamente flettere il braccio e portare il manubrio verso la spalla, abbiamo appena detto che il suo peso è maggiore della forza, anzi il braccio si distenderà verso il basso, proprio in virtù del grosso carico che è tenuto in mano. L’unica cosa che si è in grado di fare in questa situazione, è cercare di rallentare al massimo la caduta del carico, grazie appunto ad una contrazione eccentrica del bicipite. In questa condizione il muscolo funziona come un vero e proprio “freno”: più si riuscirà a rallentare la caduta del peso, maggiore sarà la forza di tipo eccentrico espressa.
Danno strutturale dovuto alla contrazione eccentrica
La ragione della maggior incidenza traumatica a livello muscolare, riscontrabile durante una situazione di contrazione eccentrica, è soprattutto imputabile alla maggior produzione di forza registrabile nel corso di quest’ultima, rispetto a quanto non avvenga nella modalità di attivazione di tipo concentrico od isometrico. Infatti, durante una contrazione eccentrica, effettuata alla velocità di 90° s-1, la forza espressa dal distretto muscolare risulta essere di ben tre volte maggiore di quell’espressa, alla stessa velocità, durante una contrazione concentrica. Inoltre, durante una contrazione eccentrica, risulta maggiore anche la forza prodotta dagli elementi passivi del tessuto connettivo del muscolo sottoposto ad allungamento. Soprattutto con riferimento a quest’ultimo dato, occorre sottolineare come anche il fenomeno puramente meccanico dell’elongazione, possa giocare un ruolo importante nell’insorgenza dell’evento traumatico, visto che quest’ultimo può verificarsi, sia in un muscolo che si presenti attivo durante la fase di stiramento, come in un distretto muscolare che sia passivo durante la fase di elongazione. Durante la contrazione eccentrica il muscolo è, in effetti, sottoposto ad un fenomeno di “over-stretching” che, in quanto tale, può determinare l’insorgenza di lesioni a livello dell’inserzione tendinea, della giunzione muscolo-tendinea, oppure a livello di una zona muscolare resa maggiormente fragile da un deficit di vascolarizzazione. E’ interessante notare come siano i muscoli pluriarticolari quelli maggiormente esposti ad insulti traumatici, proprio per il fatto di dover controllare, attraverso la contrazione eccentrica, il range articolare di due o più articolazioni). Anche la diversa tipologia delle fibre muscolari presenta una differente incidenza d’evento traumatico. Le fibre a contrazione rapida (FT), sono, infatti, maggiormente esposte a danni strutturali rispetto a quelle a contrazione lenta (ST), probabilmente a causa della loro maggior capacità contrattile, che si traduce in un’accresciuta produzione di forza, e di velocità di contrazione, rispetto alle fibre di tipo ST. Inoltre i muscoli che presentano un’alta percentuale di FT, sono generalmente più superficiali e normalmente interessano due o più articolazioni, fattori entrambi predisponenti al danno strutturale. Inoltre è interessante notare come l’insulto traumatico sia prevalentemente localizzato a livello della giunzione muscolo-tendinea, a testimonianza del fatto che in questa zona, come del resto nella porzione finale della fibra muscolare, avvenga il maggior stress meccanico. In ultimo occorre sottolineare il particolare aspetto metabolico connesso alla contrazione di tipo eccentrico. Durante la contrazione di tipo eccentrico, poiché la vascolarizzazione muscolare è interrotta, il lavoro svolto è di tipo anaerobico, questo determina, sia un aumento della temperatura locale, che dell’acidosi, oltre ad una marcata anossia cellulare. Questi eventi metabolici si traducono in un’aumentata fragilità muscolare ed in una possibile necrosi cellulare, sia a livello muscolare, che del connettivo di sostegno.
L’allenamento eccentrico come metodologia di allenamento muscolare di tipo “preventivo”
Considerando quindi il fatto che il muscolo si presenta particolarmente vulnerabile nel momento in cui sia sottoposto ad una contrazione di tipo eccentrico, soprattutto quando quest’ultima sia di notevole entità, come nel caso di uno sprint, di un balzo o di comunque un gesto di tipo esplosivo, nasce l’esigenza di “condizionare” i distretti muscolari maggiormente a rischio con un tipo di lavoro consono a questa particolare esigenza.Si tratta quindi di agire secondo una metodologia di lavoro che comporti la ricerca dell’instaurazione di un ambiente muscolare acido, condizione immediatamente seguita, senza soluzione di continuità, da una serie di contrazioni eccentriche rapide (definibili come eccentriche-flash) effettuate sull’atleta da un operatore, oppure da una contrazione eccentrica lenta e controllata (che potremmo definire come eccentrica-classica). L’acidosi muscolare può essere prodotta da una serie di scatti a velocità massimale, ancor meglio se effettuati su distanze relativamente brevi (20-30 metri) con arresto e cambi di direzioni immediati, in modo da ricalcare, nella biomeccanica di corsa, il più possibile il modello prestativo.
In tal modo il condizionamento muscolare è orientato verso un progressivo adattamento nello sviluppare contrazioni eccentriche rapide ed intense in condizioni di forte acidosi e di marcata anossia cellulare. Questo tipo di lavoro, come riportato nell’esempio 1, si dimostra particolarmente interessante per il bicipite femorale. Per provocare una marcata acidosi locale, del bicipite femorale, è possibile indurre quest’ultima attraverso un’esercitazione muscolare settoriale, come l’esercizio di leg curl, eseguito ad esaurimento muscolare completo, immediatamente seguito dall’esercitazione eccentrica.
Un altro schema di lavoro interessante, sempre a carico del bicipite femorale, è costituito da una serie di corsa calciata, eseguita ad alta intensità, con l’ausilio di bande elastiche, della durata di alcuni secondi, seguita da una serie di contrazioni eccentriche-flash (esempio 3) o da contrazioni eccentriche di tipo tradizionale (esempio 4). Ricordiamo che una serie eccentrica, definibile come di tipo “classico”, comporta l’utilizzo di un carico sovra-massimale (110%-120% del carico massimale) ed un numero di ripetizioni compreso tra 3 e 4, la fase eccentrica deve essere eseguita molto lentamente e naturalmente la fase concentrica deve essere effettuata grazie ad un aiuto esterno. Data la diversità della modalità di contrazione eccentrica tra il cosiddetto “eccentrico-flash” ed il metodo “eccentrico classico”, sarebbe buona norma adottare entrambi questi tipi di lavoro, al fine di ottenere un condizionamento muscolare consono ad entrambi i pattern di attivazione.
Lo stesso tipo di lavoro è proponibile anche per il quadricipite femorale , in questo caso dopo una serie di skip con resistenza elastica, è eseguita una serie di “eccentrico classico” al leg extension, oppure di contrazioni eccentriche “flash”
Questi esempi esercitativi, che naturalmente possono essere integrati o modificati, sempre restando in quest’ottica metodologica, possono quindi costituire sia un egregio lavoro di tipo preventivo nei confronti dei possibili danni muscolari, sia, ovviamente con i dovuti adattamenti, fornire una solida base di condizionamento muscolare per ciò che riguarda i piani di lavoro riabilitativo susseguenti ad eventi traumatici a livello muscolare.





BIBLIOGRAFIA
DR. GIANNI NANNI Isokinetic Centro di Riabilitazione per lo Sport, Bologna - Medico Sociale Bologna FC. 1909 - Attualità nel trattamento delle lesioni tendinee e muscolari dell’arto inferiore, Convegno 2000; http://isokinetic.com/.
DANOWSKI R.G., CHANUSSOT J.C. – Traumatologia dello sport, Masson, Paris, 2^ Ed. Italiana, 255, 2000.
I.J. Sports Traumatology 1:221,1979; riassunto a cura di A. Ruju e G. Monti.
TESTI M., BISCIOTTI G.N. In collaborazione con la rivista specializzata Nuova Atletica dal Friuli. http://www.benessere.com/.
mercoledì 10 dicembre 2008
nuovo gioco di squadra
http://www.offball.com/public/foto.php
CAMPO DI GIOCO L’OFFBALL s
i gioca su un campo di 18 m di lunghezza e di 9 m di larghezza. Tale superficie è divisa in due quadrati ( 9x9) da una rete. L’altezza della rete varia in base alla categoria degli atleti. Ragazzi (11-15 anni m 2.10 (F) e 2.30 (M), mentre nella categoria superiore ai 15 anni l’altezza è di m 2.24 (F) e 2.43 (M). Su ogni metà campo e a m 7,80 dalla linea di centrocampo è tracciata un’altra linea che delimita la ZONA FRANCA dalla ZONA OFF. La linea di fondo campo è di 12 m. La ZONA OFF è costituita da tutta la superficie esterna (27 m ) di ogni metà campo. L’ OFFBALL si gioca con un pallone che deve avere la circonferenza di 64 cm e pesare 250 gr. SCOPO DEL GIOCO Scopo del gioco è quello di far fuori, togliere, per meglio dire ELIMINARE tutti i giocatori che si trovano all’interno della metà campo avversaria attraverso due diverse azioni di attacco: ATTACCO A RETE e ATTACCO OFF. Vince la squadra che per prima riesce ad eliminare tutti gli avversari. Non esiste punteggio. Saper LANCIARE E AFFERRARE la palla, riuscire a colpire gli avversari e quindi SCHIVARE tiri mirati costituiscono le principali azioni motorie di gioco. DESCRIZIONE DEL GIOCO In seguito al sorteggio si determina quale delle due squadre eseguirà la prima azione di attacco. Si dispongono i giocatori nelle metà campo, 9 per parte. La squadra in attacco ha diritto al massimo a tre passaggi (nell’OFFBALL la palla non va respinta ma, al contrario, afferrata con una presa salda) al terzo passaggio il giocatore, con un tiro veloce e mirato al di sopra della rete (ATTACCO A RETE), deve far toccare alla palla un qualsiasi punto del campo avversario, fatto ciò ” ELIMINA” l’avversario che non è riuscito ad afferrarla o quello che nel campo si trova più vicino al punto di caduta. Il giocatore eliminato deve obbligatoriamente lasciare il campo di gioco interno e trasferirsi nella ZONA OFF.del campo avversario, da questa zona, ricevuta la palla lanciata dai propri compagni può eliminare a sua volta colpendo (ATTACCO OFF) gli avversari costretti a questo punto a schivare la palla senza uscire dal campo. I giocatori via via eliminati possono, solo dopo aver ricevuto la palla dai propri compagni, circondare gli avversari utilizzando tutto il campo esterno di 27 m definito zona OFF e hanno a disposizione 10 passaggi per effettuare l’attacco OFF. DURATA DELLA PARTITA La partita è suddivisa in SET. Categoria giovanile: al meglio di 3 set su 5 Categoria superiore: al meglio di 4 set su 7 TIME OUT E’ previsto un tempo per ogni set, mentre saranno tre i minuti tra un set e l’altro. REGOLE E INFRAZIONI SQUADREOgni squadra è composta da un massimo di 13 giocatori. La partita è giocata da 9 atleti per squadra, in panchina possono sedere altri quattro giocatori Sono ammessi a seguire la squadra un allenatore, un medico, un dirigente, un massaggiatore. Presentato all’arbitro il referto non si possono iscrivere nuovi giocatori. Le sostituzioni possono essere realizzate in qualsiasi momento della partita senza avviso agli arbitri, Non si possono sostituire gli ultimi tre giocatori interni non ancora eliminati. Gli ultimi 3 giocatori interni devono essere eliminati solo con l’attacco OFF. Non è consentito lo schieramento in campo di una squadra con un numero di giocatori inferiore a 9. Il giocatore con tre falli viene espulso dalla partita. REGOLE E INFRAZIONI DELL’ATTACCO A RETE 1) L’attacco a rete è valido solo quando si esegue un solo stacco altrimenti è annullato in quanto considerato una finta. Il giocatore che effettua una finta è penalizzato da un fallo. 2) Si perde l’azione di attacco quando la palla non supera la rete e ricade nel proprio campo ( il giocatore che ha eseguito l’attacco errato è eliminato e passa nella zona OFF. 3) Durante le varie azioni a rete ( muro e attacco ) la rete non si può toccare con nessuna parte del corpo ( fallo di rete ). 4) E’ fallo d’invasione quando uno o più giocatori appoggiano tutta la superficie del piede oltre la linea di centro campo. 5) Si perde l’azione di attacco a rete quando i passaggi per costruire l’azione sono più di tre. REGOLE E INFRAZIONI DELL’ATTACCO OFF 1) La palla lanciata dai propri compagni di squadra può essere afferrata solo nella zona OFF di fondo campo. 2) Afferrata la palla, per effettuare l’attacco, si può utilizzare tutta la zona OFF di 27 m che circonda il campo avversario e, da quel momento, si possono eseguire fino ad un massimo di 10 passaggi. 3) E’ fallo quando un giocatore trattiene la palla per più di 5 sec ( in tutte le azioni di passaggio, attacco e difesa ) 4) E’ fallo d’invasione quando il piede o altre parti del corpo toccano o superano le linee di delimitazione di tutta la zona OFF. 5) E’ consentita l’invasione aerea con una o più parti del corpo tra il campo interno e la zona OFF e viceversa. 6) Nel caso in cui i giocatori sono sprovvisti di casco l’attacco OFF è valido dalle spalle in giù. 7) L’attacco OFF è valido quando la palla colpisce direttamente l’avversario o dal rimbalzo a rete. 8) L’attacco OFF non è valido quando la palla prima di colpire l’avversario tocca o sfiora il terreno di gioco. REGOLE E INFRAZIONI IN DIFESA 1) Nelle azioni di difesa: muro, copertura a muro, difesa del campo e in quelle di RICEZIONE OFF, il primo tocco è libero. E’ possibile, infatti, respingere la palla con qualsiasi parte del corpo. Il recupero può essere effettuato fuori campo dallo stesso come da un altro giocatore. 2) Nel caso di una palla difesa da più giocatori è eliminato quello che, per ultimo, non è riuscito ad afferrarla. 3) IL giocatore a muro è eliminato solo quando la palla da lui sfiorata cade al di fuori del campo interno. 4) Quando la palla, sfiorata dal muro, cade all’interno del campo, sarà eliminato il difensore posto più vicino al punto di caduta REGOLA DEI 10 SECONDI Nel caso in cui due o più giocatori sono equidistanti dal punto di caduta dovranno concordare entro 10 secondi chi di loro sarà eliminato, diversamente sarà l’arbitro a decidere e i giocatori verranno penalizzati con un fallo. ZONA FRANCA Non è consentito invadere la zona franca in tutte azione di giocoL’azione è annullata quando la palla tocca la zona franca. ARBITRI Gli arbitri sono due . Il primo arbitro posto in alto accanto a uno dei pali della rete, il secondo posto di fronte nelle vicinanze delle due ZONE OFF. Il primo arbitro ha il compito di dare inizio alle azione di gioco anticipandole con un fischio, segnala le infrazioni a rete, i falli di piede ( le linee del campo non vanno mai calpestate o toccate con qualsiasi parte del corpo. Il secondo collabora col primo e dirigerà le zone off. ALLENATORE Segue la parte tecnica dei propri atleti, dirige il riscaldamento, dà le indicazioni ai propri giocatori durante la partita. È il responsabile delle sostituzioni della propria squadra. Durante l’incontro deve restare seduto sulla panchina riservata alla propria squadra. Ha il diritto di chiedere i tempi di riposo durante i quali può dare indicazioni senza entrare sul terreno di gioco. Durante l’incontro non può contestare gli arbitri né chiedere spiegazioni. CAPITANO Al momento del sorteggio rappresenta la propria squadra. E’ l’unico autorizzato a poter colloquiare con l’arbitro al fine di chiedere spiegazioni e interpretazioni delle regole di gioco. In mancanza dell’allenatore può chiedere le interruzioni regolamentari e le sostituzioni dei propri giocatori. GIOCATORI L’equipaggiamento sarà dello stesso colore e uniforme.La divisa composta da maglietta e pantaloncini tipo ciclisti con ausilio di ginocchiere e gomitiere.Le scarpe senza tacchetti.La maglia deve avere dei numeri di 15cm d’ altezza e 2cm di larghezza sul petto, mentre sul dorso i numeri devono essere di 25 cm di altezza e di 2,5 di larghezza. Le due squadre devono avere le divise di colore diverso. Nel caso in cui si verifichi la coincidenza di averle dello stesso colore la squadra che ospita dovrà cambiarle. E’ vietato ai giocatori indossare anelli, spille, collane, orecchini, braccialetti e bende gessate.
Gioco di squadra con diritti d'autore con deposito alla SIAE (legge n. 633 del 22 aprile 1941 e successive modificazioni) SI AUTORIZZA L'ESECUZIONE DEL GIOCO. IN CASO DI CAMPIONATI UFFICIALI BISOGNA RICHIEDERE L'AUTORIZZAZIONE AGLI AUTORI asadit@tiscali.it
Il "mal di schiena" colpisce circa l'80% degli adulti ma solo nel 20% dei casi deriva da vere e proprie patologie vertebrali (Tabella).
Le cause generali dei dolori lombari sono:
- atteggiamenti posturali non corretti protratti per lungo tempo (vedi anche "Posture e movimenti del corpo che causano dolori muscolari e articolari");
- movimenti del corpo ed esercizi eseguiti in maniera non corretta;
- eccessiva tensione muscolare derivante da stress fisico e psicologico;
- scadente tono muscolare (addominale, lombare e dorsale);
- soprappeso.
Nei periodi di maggiore intensità dei carichi di allenamento, specialmente in vista di gare importanti, alcuni atleti lamentano sintomatologie dolorose localizzate nel tratto lombo-sacrale.
Salvo casi particolari di preesistenti patologie osteoarticolari, il dolore può derivare da:
- Insufficiente riscaldamento generale e specifico. Un buon riscaldamento permette di innalzare la temperatura del muscolo e di migliorarne nel contempo l'irrorazione sanguigna, il metabolismo e la elasticità. Quindi, oltre ad un maggiore rendimento, si possono evitare stiramenti e strappi muscolari. Aumenta anche il trofismo dei tessuti privi di vasi sanguigni (cartilagini articolari e dischi intervertebrali) per cui avviene una ottimale diffusione di liquidi e substrati nutritivi. Diminuisce anche la viscosità del liquido sinoviale delle articolazioni e, di conseguenza, ne viene migliorata la funzionalità in quanto le facce articolari scorrono più facilmente.
- Residuo di tossine e congestione muscolare derivanti da inadeguata esecuzione di esercizi di “defaticamento” al termine di ogni allenamento o da scarso recupero tra un allenamento e l'altro. Vanno anche evitati esercizi di "defaticamento" che imitano il gesto tecnico che ha comportato il sovraccarico in quanto, pur essendo funzionali per l'apparato muscolare e cardiocircolatorio, mantengono i dischi in compressione.
- Squilibrio di forza e di elasticità della muscolatura deputata al fisiologico allineamento tra colonna vertebrale, bacino e femori. Questi muscoli vanno rafforzati e nel contempo mantenuti elastici, con adeguati esercizi di potenziamento e allungamento muscolare.
- Insufficiente utilizzo di esercizi di stretching muscolare e mobilità articolare dopo ogni allenamento. Lo stretching allunga e decontrae i muscoli mantenendoli elastici, mentre gli esercizi di mobilità riportano l’articolazione ad uno stato di efficienza ottimale.
- Compressione continua delle colonna vertebrale durante e dopo l’allenamento. L’attività fisica intensa e le posture fisse (studiare, vedere la televisione, andare in macchina, ecc.) sovraccaricano senza soluzione di continuità i dischi intervertebrali determinandone un assottigliamento per deidratazione e compromettendone il ricambio nutrizionale. La nutrizione dei dischi, infatti, non avviene attraverso i capillari sanguigni ma con una azione di “pompa” (perfusione) che permette l’entrata e l’uscita di liquido. Grazie agli esercizi di scarico eseguiti a fine allenamento si ottiene una veloce reidratazione dei dischi e un afflusso di sostanze nutritive. Un discorso analogo vale anche per le altre articolazioni ove il carico fisso e prolungato ostacola il metabolismo, basato sul meccanismo di diffusione, della cartilagine ialina.
Al termine dell’allenamento vanno evitati quegli esercizi di “defaticamento”, anche se eseguiti blandamente, che imitano quelli che hanno portato al sovraccarico articolare.
- 6-8 secondi per andare in allungamento (lentamente);
- circa 60 secondi di mantenimento della posizione di massimo allungamento;
- 6-8 secondi per tornare alla posizione di partenza (lentamente);
- 6-8 serie totali.
Gli esercizi con una posizione del corpo parzialmente sollevata e sostenuta da apposito attrezzo prevedono, ove possibile, un tempo unico di allungamento e decompressione di circa 10 minuti.
POSTURE E MOVIMENTI DEL CORPO CHE CAUSANO DOLORI MUSCOLARI E ARTICOLARI
La colonna vertebrale presenta delle curvature fisiologiche a livello cervicale, dorsale e lombare (Figura) aventi lo scopo di sostenere e ammortizzare il carico della testa e del torace, degli eventuali sovraccarichi esterni e da quelli provenienti dall'impatto dei piedi col suolo. La colonna vertebrale, protegge anche il midollo spinale che si estende dalla base del cervello fino alle vertebre lombari (canale midollare) e dal quale si diramano i fasci nervosi che raggiungono gli organi e le varie regioni del corpo.
Ogni vertebra è collegata con l'altra grazie al disco intervertebrale, morbido all'interno e duro all'esterno. Il disco costituisce con le vertebre a cui è collegato una vera e propria articolazione, agendo anche come cuscinetto ammortizzatore.
Le vertebre cervicali sono in tutto sette. Presentano una curvatura verso avanti (lordosi) e hanno come caratteristica principale una notevole mobilità in tutti i sensi (flessione in tutti i sensi e rotazione). Sono quelle che subiscono maggiormente i carichi statici e dinamici del capo.
Le vertebre dorsali (o toraciche) sono dodici e si articolano con le costole del torace. Presentano una curvatura verso dietro (cifosi) e consentono, in maniera meno accentuata a causa della inserzione delle costole, gli stessi movimenti delle vertebre cervicali.
Le vertebre lombari sono cinque e si collegano con il bacino. Presentano una curvatura verso avanti (lordosi) e consentono principalmente movimenti di flessione e di estensione. Sono quelle che sopportano tutto il carico statico e dinamico della parte superiore del corpo (torace, arti e capo).
Le vertebre sacrali sono cinque, fuse in un unico osso chiamato sacro, uniscono superiormente il bacino. Terminano con le quattro vertebre coccigee.
I muscoli ed i legamenti tengono unite le vertebre e permettono alla colonna di mantenere costantemente la posizione eretta.
Malgrado una vertebra sia strutturata in modo tale da sopportare pressioni anche dell'ordine di 1000 kg, una percentuale altissima di persone accusa periodicamente stati dolorosi localizzati nelle regioni posteriori del busto.
In assenza di situazioni patologiche stabilizzate (deformità congenite, anomalie strutturali, infiammazioni degenerative, intolleranze alimentari) il dolore cervicale, dorsale e lombare è causato principalmente da:
- posture errate protratte per lungo tempo (attività professionale, guida auto, televisione, lettura, ecc.).
L’eccesso di peso corporeo può contribuire all’insorgenza del dolore in quanto alla postura errata comporta un carico ulteriore sulle vertebre e sulle articolazioni;
- rigidità o scarso tono della muscolatura inserita sulla colonna vertebrale. La prima può essere dovuta anche allo stress psichico che fa assumere atteggiamenti contratti a varie regioni del corpo. La seconda dipende essenzialmente dal sedentarismo e, quindi, dalla perdita di forza muscolare.
Forza agente sulla vertebra L3 (soggetto di 70 Kg di peso)
(da "Basi biomeccaniche nella prevenzione dei danni alla colonna lombare durante
esercizio fisico" di Zatsiorskij V.M. e Sazonov V.P. - Atleticastudi n. 3-4 1988)
Il tratto della colonna vertebrale cervicale e dorsale, oltre ad essere molto sollecitato dall'attività normalmente svolta, particolarmente dalle posizioni assunte per un tempo prolungato (Figura) per cui viene esercitata una trazione sulle radici spinali e sui rivestimenti nervosi (in posizione di flessione) e una possibile compressione dell'arteria vertebrale (in posizione di estensione), subisce anche la trazione esercitata dal peso degli arti superiori sull'area che congiunge la regione cervicale con quella toracica.
Se la curvatura risulta meno accentuata di quella fisiologica ci troviamo di fronte ad una situazione di indebolimento dei muscoli lombari ed il dolore compare soprattutto in posizione di flessione del busto in avanti e nella posizione seduta.In questo caso gli esercizi di ginnastica devono tendere al rafforzamento della muscolatura posteriore dell'addome e dei muscoli della coscia che tendono a portare il bacino in antiversione (flessori della coscia).Nella postura tenuta per lungo tempo è consigliabile assumere la posizione seduta, su sedia rigida munita di apposito supporto lombare (Figura) ed effettuare attività di moto in ogni occasione della giornata.Durante il riposo a letto la posizione migliore è quella di fianco, con le gambe leggermente flesse.
posture corrette
costantemente il tratto lombare

Il sollevamento da terra di un peso deve adottare alcuni aspetti delle tecniche proprie della disciplina del sollevamento pesi, ovvero la massima possibilità di estrinsecare forza con il minimo carico sulla colonna vertebrale. Pertanto vanno evitate posizioni che vedono il busto inclinato o inarcato e gli arti inferiori distesi, pena un carico lombare notevole (Figura).
Per effettuare un corretto sollevamento ci si deve avvicinare al peso quanto più possibile, piegare le gambe e, mantenendo il busto esteso e quanto più perpendicolare al terreno, afferrare il peso e, tenendolo aderente al corpo, portarlo in alto utilizzando la forza degli arti inferiori che si estendono (Figura). Durante tutto il movimento i piedi devono rimanere ben poggiati a terra su tutta la pianta, evitando movimenti di torsione del busto. Se l'oggetto è pesante non andrebbe portato oltre l'altezza del bacino.
Nello spostamento di un oggetto di grandi dimensioni (es.: frigorifero, lavatrice, mobili, ecc.), anziché spingere posti di fronte, si dovrebbe spingere posti con la parte posteriore del busto in appoggio totale (dorso e lombi) sull'oggetto, utilizzando la sola forza di estensione degli arti inferiori (Figura).
Anche nel trasporto di bagagli è preferibile portare simmetricamente due valigie o borse, una a destra e una a sinistra, quindi raddoppiare il carico sulla colonna vertebrale, che comunque risulta distribuito uniformemente, piuttosto che trasportare un bagaglio con una sola mano, situazione che sollecita enormemente la muscolatura paravertebrale del lato opposto e la cui contrazione di bilanciamento crea dei carichi ulteriori sulle vertebre (Figura).


